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2019: Lettera della Trasfigurazione

Lettera della trasfigurazione 2019

Tutti i misteri della vita di Gesù non si offrono a noi unicamente come oggetto della nostra contemplazione, al fine di introdurci in una più profonda intimità e comunione con Lui. Essi costituiscono anche una realtà da recepire e assimilare, perché si trasformino in vita per noi. Santa Elisabetta della Trinità invocava lo Spirito Santo perché si compisse nella sua anima “come un’incarnazione del Verbo, per diventare un prolungamento di umanità in cui Egli potesse rinnovare il suo mistero”. Questo “prolungarsi” del divino nell’umano riguarda tutta la vita di Gesù e, di conseguenza, anche l’episodio della Trasfigurazione. Esso non ci invita unicamente alla contemplazione dell’amore del Padre nei confronti del Figlio o ad ammirare la luminosità del volto e del corpo del Cristo nel suo farsi trasparenza sfolgorante dello Spirito. La Trasfigurazione è anche una realtà che ci riguarda personalmente, è una promessa fatta a noi, ad ogni uomo. Mostrandoci Gesù nel suo corpo di luce, tale mistero ci fa cogliere – come in un’istantanea – il destino verso cui ci incamminiamo e – nello stesso tempo – la trasformazione che lo Spirito Santo opera in noi – qui e ora – quando lo lasciamo agire.

Sul monte il Figlio di Dio ha mostrato ai tre apostoli prescelti la verità di ciò che Egli era: un corpo, una psiche e uno spirito umani pienamente abitati dalla Luce divina. Quanto essi hanno visto era il modo di essere costante di Gesù, il suo “stato” normale, che solo in quel momento unico e incantevole hanno potuto intuire e contemplare. Per noi la Trasfigurazione non è una realtà acquisita, ma un dinamismo in cui siamo invitati a entrare nella misura in cui ci lasciamo abitare e modellare dallo Spirito. Essa rappresenta anche la meta verso cui tendiamo e che, in un giorno al di fuori del tempo, troverà in noi pieno compimento.

La Trasfigurazione ci ricorda, allora, che tutto di noi, spirito, psiche e corpo, potrà essere salvato: e in questo modo ci parla del “grande amore” (1Gv 3,1) offertoci da quel Padre che “ha tanto amato il mondo” (Gv 3,16) da consegnare il Figlio unigenito per noi. Per noi: perché niente di noi andasse perduto. Questo mistero dunque, costituisce un inno alla vita, alla persona umana in ogni sua dimensione, inclusa la corporeità. Quanta stima Dio nutre nei confronti della sua creatura, se Egli non è disposto a perdere nulla di ciò che siamo, nemmeno la nostra parte più fragile: quel corpo modellato come argilla dalle sue mani e – proprio perché fatto di un materiale così inconsistente – anche facilmente deteriorabile! Egli ce lo ha offerto come dono, non come frutto delle nostre capacità, ma noi sovente ne abusiamo: lo utilizziamo come se fosse nostra proprietà, lo rendiamo un idolo riservandogli cure attente e spesso superflue oppure ne facciamo uno strumento per il piacere personale. Questo corpo – spesso sede delle nostre sofferenze o mezzo per la nostra soddisfazione – per Dio ha un’importanza unica: Egli non vuole perderlo e non si accontenta nemmeno di custodirlo. Il mistero della Trasfigurazione ci fa contemplare visivamente quanto Paolo scrive nella lettera ai Filippesi: (egli) “trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,21). Il nostro corpo, quel corpo sulla cui solidità e robustezza ci siamo forse illusi o di cui sperimentiamo la fragilità, è chiamato a diventare un corpo glorioso, non più soggetto ai limiti della materia che respinge, del tempo e dello spazio che riducono e condizionano la nostra libertà.

La Trasfigurazione parla, dunque, al nostro presente: in essa, infatti, cogliamo l’implicito invito non solo a rispettare e stimare il nostro corpo ma anche a trasformarlo nel luogo in cui si incarna – e attraverso cui si esprime – l’azione dello Spirito Santo in noi. Sant’Ireneo scriveva a tale proposito che noi siamo “spirituali grazie alla partecipazione dello Spirito, ma non grazie alla privazione ed eliminazione della carne”. Non esiste infatti dicotomia, opposizione fra la nostra interiorità abitata dalla Presenza divina e la nostra corporeità; entrambe sono invitate a collaborare, in una sinergia divino-umana, per trasformarci in ciò che siamo chiamati a essere: figli di Dio a immagine del Figlio amato.

Compito su questa terra del nostro corpo – e anche della nostra psiche – è allora di “eternizzare” la nostra esistenza, facendosi trasparenti all’azione dello Spirito, come vetri che non ostacolano ma riverberano la luce, come canali attraverso i quali può scorrere “l’acqua viva che (in noi) zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14). Tutto quanto noi compiamo mossi non dall’amore di noi stessi, da quella philautia che i Padri ritenevano essere la radice di tutti i mali, ma dallo Spirito, che è dono, vita, amore, entra già nella vita eterna; esso costituisce quel “tesoro in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano” (Mt 6,20). Un tesoro inestinguibile, incorruttibile, le cui radici si collocano in terra, ma che già è custodito nell’eternità.

Questo mistero rappresenta, quindi, anche una parola detta da Dio in merito al nostro futuro. Ognuno di noi, infatti, è interpellato dal pensiero della morte e a esso cerca di trovare una risposta. I maestri del sospetto dei due ultimi secoli hanno voluto eliminare ogni possibilità di esistenza futura, considerando il fenomeno religioso unicamente come una compensazione. Lo scetticismo e la mancanza di speranza non hanno, però, posto le loro radici dentro il cuore dell’uomo e l’interrogativo rispetto a una vita eterna ancora inquieta i nostri contemporanei. La sostituzione – avvenuta negli ultimi decenni – della credenza nella reincarnazione al posto della fede nella resurrezione tradisce la nostra difficoltà ad arrenderci all’idea della morte come fine di tutto e testimonia la nostra irriducibile speranza. In essa percepiamo il bisogno presente nel cuore dell’uomo di trovare una risposta al dramma della morte e di andare oltre ai limiti di un’esistenza umana considerata incompleta e insoddisfacente. Come è, infatti, possibile accettare non solo l’idea del dissolversi del nostro Io ma soprattutto il pensiero che le creature da noi tanto amate – da cui abbiamo ricevuto la vita, a cui l’abbiamo donata o che per noi sono state preziose e insostituibili – possano scomparire nel nulla? Se l’altro può rivelarsi così importante, se la sua presenza può apparirci talmente essenziale da essere disposti a dare la propria vita – come talvolta avviene da parte dei genitori nei confronti di un figlio gravemente ammalato – come possiamo pensare che non sia così – e perfino più di così – per Dio?

Talvolta, però, pensando alla resurrezione, l’abbiamo smaterializzata, immaginando presenze simili a fantasmi, senza vera corporeità. L’evento della Trasfigurazione, come dono fatto ai discepoli per prepararli allo scandalo della croce e alla novità della risurrezione del loro Maestro – ci ricorda, invece, che – dopo il passaggio della morte – tutta la persona di Gesù – spirito, anima e corpo – sarà introdotta in paradiso, vale a dire nella vita di Dio. Come sarebbe, infatti, possibile separare lo spirito e la psiche dal corpo, contemplare Gesù senza i suoi gesti, privo delle parole pronunciate dalla sua bocca, dello sguardo profondo, tenero e rivelatore posato su di noi? Scrive Anne Philipe, rimasta vedova del grande attore francese Gérard Philipe stroncato dal cancro a soli 36 anni, ricordando il marito: “Ti ho amato troppo per accettare che il tuo corpo sparisca, per proclamare che basta la tua anima e che quest’anima vive. E poi, come riuscire a separarli, come asserire: questa è la sua anima e questo è il suo corpo? Il tuo sorriso e il tuo sguardo, il tuo passo e la tua voce erano materia o spirito? L’uno e l’altra, ma inseparabili”. “Ti ho amato troppo per accettare che il tuo corpo sparisca”: le parole di questa donna, ancora inguaribilmente innamorata del giovane marito prematuramente scomparso, sono le stesse che anche noi pronunceremmo davanti alla morte di una persona cara, di una persona troppo amata perché dentro di noi possa farsi strada il pensiero che il suo corpo, il suo sguardo, il suo sorriso possano scomparire. Queste stesse parole, però, forse non impropriamente, possono essere poste sulla bocca di Dio Padre nei confronti non solo del Figlio ma anche di ogni sua creatura. Dio ci “ama troppo” per aver deciso che questo corpo corruttibile si trasformi in nulla e il mistero della Trasfigurazione si propone al nostro sguardo come invito a credere che anche noi, tutti noi, siamo chiamati a partecipare a questo mistero. San Paolo manifesta tale certezza e le sue parole possono costituire per noi un invito ad aprire il cuore alla prospettiva di una pienezza a cui forse non sempre abbiamo il coraggio di credere. Egli scrive, infatti: “La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose” (Fil 3,21). Attendiamo con fiducia questa venuta, che indubbiamente supererà tutti i nostri desideri, anche quelli che potrebbero apparire eccessivi, troppo azzardati e incauti, anche i nostri “folli” desideri di vita e pienezza.


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