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2018: Lettera della Trasfigurazione

In questo momento storico così complesso, in cui molteplici avvenimenti e situazioni ci rattristano e inquietano, mi sono domandata che messaggio può offrire il mistero della Trasfigurazione a noi e al mondo.

Il racconto presente nei tre Vangeli sinottici ci narra il momento in cui Gesù, sul monte, rivela ai discepoli la sua interiorità di Figlio amato. Un’interiorità armoniosa, perfetta, ordinata, che agli occhi dei tre testimoni si manifesta come luce, come candore, come bellezza che affascina e attira; lo splendore del suo corpo appare agli occhi dei suoi – in particolare a quelli di Pietro – così attraente da suscitare il desiderio di un godimento eterno, senza limiti. Il Maestro che hanno seguito, colui in nome del quale hanno abbandonato tutto, manifesta in questo momento la sua divino-umanità, il mistero della sua vita di Figlio di Dio che traspare attraverso la corporeità di un uomo. Dal suo volto e dal suo corpo luminosi trapela il segreto di un’interiorità completamente abitata dallo Spirito Santo, che agisce, opera, in assoluta
sinergia con lo spirito dell’uomo Gesù di Nazaret. Tale perfetta collaborazione fra lo Spirito di Dio e lo spirito dell’uomo fa di Gesù una persona del tutto trasparente, in cui nulla può offuscare la limpidezza del pensiero, del sentire, del percepire e volere e di ogni altra dimensione del suo mondo interiore. È per tale motivo che il suo corpo – pienamente abitato dalla luce – a questa stessa luce non potrà più opporre alcuna resistenza e barriera.

Osservato da questa angolatura, il mistero della Trasfigurazione appare più vicino e accessibile, estremamente stimolante per la crescita umana e spirituale. Esso invita ad attraversare tutto il Vangelo per individuare gli inesauribili segni attraverso i quali contemplare l’interiorità di Gesù, cogliere la luce che caratterizza il suo guardare e percepire la realtà, i tratti tipici del suo sentire e pensare, così diversi dai nostri. Ed è proprio a questo modo di guardare, di sentire e pensare che dobbiamo rivolgerci per non cadere nelle maglie di un mondo che può ragionare solo in termini oppositivi o utilitaristici. Che cosa ci presenta, infatti, la società attuale se non un pensiero invischiato e liquido, in cui è considerato vero e giusto tutto e il contrario di tutto, oppure un approccio scisso alla realtà, dove le persone vengono catalogate secondo cliché predefiniti, intolleranti e infantili?

La Trasfigurazione, invece, orienta e stimola alla conversione della mente e del cuore, per permettere alla luce dello Spirito di informare, di modellare la vita interiore, così gravata dal peso del nostro egoismo. In essa cogliamo un implicito invito a osservare il modo in cui Gesù guarda alla realtà che lo circonda, al fine di superare la tendenza al pensiero utilitarista o a quello oppositivo, che non solo sembrano imperversare nella nostra cultura ma trovano anche in noi spazio per mettere radici e crescere, spesso anche a nostra insaputa.

Gesù, diversamente da Eva che osservò il frutto cogliendo quanto di vantaggioso poteva offrirle (cf Gen 3,6), guarda alla realtà con lo stesso atteggiamento di ammirazione che il libro della Genesi attribuisce a Dio mentre osserva l’opera della creazione. Gesù non afferra, contempla; non prende per sé, apprezza. Quanto è lontano questo suo atteggiamento da quello dell’uomo della parabola, il quale si illude di riuscire a trattenere per sé la vita e tutto quanto può simboleggiarla (Lc 12,13 ss.)!

Gesù ci esorta a guardare gli uccelli del cielo, i gigli dei campi (Mt 6,26 ss). In queste sue parole possiamo scorgere non solo l’invito a intravvedere la mano provvida del Padre nei confronti di ogni sua creatura, ma anche la sollecitazione a dilatare l’orizzonte, a cercare la bellezza, a percepire la sovrabbondanza del dono. Con un accostamento che a qualcuno potrà forse apparire un po’ dissacrante, vorrei accompagnare queste parole di Gesù con un brano del Diario di Etty Hillesum.

Etty, ritornata ad Amsterdam dopo un soggiorno nel campo di smistamento di Westerbork, trova le sue rose gialle completamente schiuse: mentre lei era in quell’inferno, esse hanno continuato silenziosamente a fiorire. Molti le chiedono: “Come puoi pensare ancora ai fiori, in questi tempi?”. Parole sagge, che siamo tentati di condividere. Etty, però, non si lascia condizionare da tali pensieri giudiziosi e sensati e non si arrende: non solo gioisce nel ritrovare i suoi fiori, ma va in cerca di un carretto che li venda per poi tornare a casa con un gran mazzo di rose. Rose che possiamo interpretare come il simbolo della vita, di una vita alla cui forza siamo invitati a credere, senza lasciarci rattristare da una realtà che può apparire – se non drammatica come quella di Etty – almeno opaca e in cui ci sentiamo talvolta a disagio per la mancanza di valori condivisi, di mete comuni. Essa rimane, tuttavia, la realtà dove continuano a crescere le rose, il mondo in cui e per il quale il Figlio di Dio si è incarnato e dove possiamo cercare la bellezza, sempre, anche quando si sarebbe tentati di conservare e afferrare la vita, di trattenere tutto – fino all’ultimo spicciolo – per proteggere e tutelare la propria esistenza.

Forse Gesù si è manifestato ai suoi in tutto lo splendore della sua sfolgorante corporeità per educare il loro sguardo a percepire, apprezzare e desiderare il bello che dimora nella creazione e, in modo del tutto speciale, nell’umanità, che il Padre ha contemplato come “cosa molto buona” (Gen 1,31).

Il mistero della Trasfigurazione ci invita, dunque, a educare lo sguardo, a diventare cercatori di bellezza, senza però lasciarsi condizionare dallo stile calcolatore e interessato che prevale nella nostra società, esperta nel divorare tutto quanto può attrarre un cuore calcolatore, avido e interessato.

Cercatori di bellezza dentro di noi: quante volte ho ammirato il coraggio del salmista, che di sé osò scrivere: “Hai fatto di me una meraviglia stupenda” (Sl 139,14). Tali parole, che riecheggiano quelle del Magnificat, richiedono un notevole equilibrio interiore, in particolare la capacità di prendere le distanze da quella folla di sentimenti, pensieri, ricordi che inducono a scorgere dentro di noi solo il limite, la fragilità, la debolezza, il peccato. Si tratta di realtà oggettive, da non dimenticare o sottovalutare, ma che non rappresentano il tutto della nostra persona e non ne esauriscono il mistero. Il racconto della Trasfigurazione ci invita ad andare al di là del “guazzabuglio del cuore” per imparare a guardarci con gli occhi di Dio, occhi capaci di non concentrarsi unicamente sulle nostre fragilità per percepire in noi il figlio amato, fatto a immagine di quel Figlio in cui il Padre ha posto il suo compiacimento (cf Mt 17,5). È necessario un grande distacco, unito alla capacità di superare insicurezze, sensi di colpa, ruminazioni e vittimismi per osservarsi così, senza cadere né nell’umiliazione né nell’orgoglio. É tuttavia importante educare lo sguardo a cogliere tale bellezza interiore, non solo per coltivare la gratitudine nei confronti di Dio, ma anche per sbarazzarsi del pesante fardello che grava sulle nostre spalle: il fardello del ripiegamento su noi stessi, della ricerca di un perfezionismo il cui unico scopo è riassicurarci in merito al nostro valore, a cui spesso si accompagna l’illusoria convinzione che la nostra bellezza interiore può essere frutto del nostro agire e non puro dono da parte dello Spirito.

Cercatori della bellezza dell’altro: quante volte ho ritrovato in me lo sguardo dei servitori della parabola del grano e della zizzania, la tentazione di scindere le persone in buone e cattive, di ingigantire il limite facendolo coincidere con la totalità della persona, di minuziosamente dissezionare la pagliuzza scorta nell’occhio altrui senza vedere la trave del mio. Il mistero della Trasfigurazione ci invita a diventare cercatori della bellezza altrui, come lo fu Gesù con i suoi discepoli, con la Maddalena, la samaritana, l’adultera e tutte le altre innumerevoli persone che il Padre aveva posto sul suo cammino. Cercatori del gesto buono che passa inosservato, della delicatezza dei sentimenti in chi può apparire distaccato o superficiale, del sorriso che illumina – anche se raramente – un volto spesso triste, della parola di apprezzamento che noi non avremmo saputo pronunciare, dell’osservazione non banale là dove tutti siamo tentati di valutare la realtà in modo univoco.

Cercatori di bellezza nella nostra storia, in cui spesso siamo indotti a vedere solo il negativo, il limite, incapaci di scorgere i “semi del Verbo presenti nel dipanarsi delle vicende umane”, come leggiamo nella nostra Regola. Cercatori di bellezza abitati da fiducia e speranza, abili nell’individuare il filo d’oro dello Spirito – il “grande rammendatore della storia”, la nostra storia personale e quella di tutta l’umanità – che sa trasformare la nostra tela pasticciata in uno splendido arazzo, dove ogni essere umano trova il proprio posto nell’infinita comunione che ci attende. Accogliamo l’invito, presente in questo mistero che tanto amiamo, accogliamolo con entusiasmo, come un dono del Signore e scopriremo che disseppellire la bellezza dei volti e della storia sarà per noi fonte di gioia e di pacificazione.


Photo by Faruk Kaymak on Unsplash