Introduzione alla regola

1. FIGLIE NEL FIGLIO

Regola di vita Fraternità della TrasfigurazioneSin dalle origini il mistero della Trasfigurazione ha ispirato e orientato il cammino della nostra Fraternità.

Tale mistero ci ha permesso innanzitutto di riscoprire il valore della vita consacrata come interiorizzazione del Battesimo, sacramento che ci rende figli di Dio e ci introduce nella Sua vita.

Sul Tabor il Padre rivela a Gesù la Sua identità di Figlio amato. Egli a Sua volta si manifesta tale ricevendo la vita che gli è donata.

Questa accoglienza si rende visibile nella gloria del Suo corpo fatto luce e come piena adesione alla volontà del Padre, nella disponibilità a percorrere fino in fondo il Suo esodo (Lc 9,31). In questa parola è racchiuso il dinamismo perenne del cuore di Dio, l’autoespropriazione, modo d’amarsi tra Padre e Figlio, nello Spirito, modo d’amare del Padre, del Figlio e dello Spirito.

L’appello del Padre ad ascoltare il Figlio suggella per i tre discepoli, ma anche per noi, l’invito a prender parte alla Sua vita, modellando la nostra identità sulla Sua.

Il Tabor diviene così per ognuno uno squarcio di cielo sulla vita divina, a cui il Battesimo ci permette di partecipare.    

Anche noi, nel sentirci chiamate, attraverso la rivelazione sul Monte, a essere figlie nel Figlio, abbiamo riscoperto il grande valore della consacrazione battesimale, che ci inserisce nel mistero del Verbo fatto uomo per conformarci alla Sua immagine: quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli (Rm 8,29).

Contemplare Cristo trasfigurato è rimanere nel mistero dell’essere figlio, è vivere nella continua ricerca della presenza divina e della comunione con la Trinità, è sviluppare un atteggiamento di fiducia senza riserve nell’amore del Padre per ciascuna e per tutte.

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2. CAMMINO DI CONVERSIONE

La chiamata ad essere figlie nel Figlio implica per noi un cammino di conversione continuo e progressivo, esigenza fondamentale della vita consacrata, come attesta, nei primi secoli del cristianesimo, la scelta radicale dei Padri del deserto.

Nel solco da essi tracciato, consegniamo la nostra umanità perché sia impregnata di divino e ciò che in noi è mortale venga assorbito dalla vita (2Cor 5,4).

Con l’impegno costante della conversione vogliamo aderire all’azione dello Spirito, affinché noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria  (2Cor 3,18).

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3. PREGHIERA E INTERIORITÀ

La Trasfigurazione del Signore avviene in un contesto di preghiera: Egli chiama con sé gli amici più intimi e li porta sul Monte, luogo di rivelazione e di incontro con Dio, secondo una storia che attraversa tutta la Scrittura.

Questa scelta di Gesù ci ha permesso di individuare nella preghiera uno degli ambiti da privilegiare, un aspetto essenziale della nostra vita. L’esperienza del Tabor c’introduce nelle sue dimensioni più profonde; la contemplazione del volto trasfigurato, mentre dice la realtà della relazione orante, ne rivela anche la sorgente: l’interiorità del Figlio.

Gesù, completamente abitato dallo Spirito d’Amore, sul Monte partecipa ai discepoli il mistero della Sua interiorità trasfigurata in luce. Il Suo volto, divenuto trasparenza del divino, c’invita a entrare nell’unica preghiera, la Sua, a partecipare a quell’intimo rapporto che lo unisce al Padre nello Spirito. Si manifesta così non solo il modo di amare di Dio, la comunione profonda che unisce le tre Persone, ma anche la loro identità.

 Lo Spirito Santo, che abita in Gesù e deborda dal Suo corpo, calice traboccante luce e amore, è il Comunicatore, Colui che svela il mistero della Sua interiorità, a cui ora anche i discepoli possono avere accesso.

Il Padre, nel presentare Gesù come Figlio, oggetto del Suo compiacimento, si rivela come Origine di ogni dono (cfr. Gc 1,17) e come Colui che ama, predilige, comunica. La Sua parola non è riservata unicamente al Figlio ma è rivolta ai discepoli, a uomini che non comprendono, hanno paura, si scoprono in tutta la loro debolezza; tuttavia il bene che essi nutrono per Gesù, benché fragile e limitato, li introduce nel Suo amore.

Con gli occhi fissi su tale sconfinato e inesauribile scambio dal cuore di Dio a quello di ciascuna creatura, accogliamo un mistero colmo di preghiera e di interiorità, e ci sentiamo chiamate a contemplarlo e a viverlo nella nostra esistenza e in quella dei fratelli.

Nascono di qui la vigilanza del cuore e l’attenzione costante e delicata all’interiorità delle persone che avviciniamo, come luogo della presenza e della vita, nella ricerca paziente e fiduciosa dei tratti luminosi dell’immagine di Dio, incisa profondamente in ciascuna di loro.

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4. SPAZIO DI RELAZIONE

Oltre a essere spazio di preghiera e di interiorità, il Tabor è spazio di relazione. Nella Trasfigurazione Gesù è il Mediatore permanente, in quanto partecipa a coloro che lo seguono la Sua relazione più profonda ovvero il rapporto trinitario.

Il fatto che Dio non possa che rivelarsi nella relazione, perché è relazione, è venuto a costituire per la nostra spiritualità un asse fondamentale: non possiamo vivere di Dio se non nella relazione e non possiamo comunicarlo, renderlo presente ai fratelli prescindendo da essa.

La Trasfigurazione ci ha dunque sollecitate a prestare particolare attenzione alla dimensione relazionale, a intessere rapporti contemplativi, a collaborare con l’azione trasfigurante dello Spirito, che disseppellisce in noi il volto del Figlio, perché chi cerca Dio possa trovarlo e abbandonarsi a Lui.

Nell’incontro con i fratelli tale dimensione relazionale ci sprona a valorizzare l’amore umano, anche quando non è ancora possibile un vero e proprio cammino di fede: negli affetti che le persone nutrono, nei desideri di bene e nelle ferite che ci consegnano scorgiamo le crepe attraverso cui può passare la salvezza. Alla luce del mistero trinitario, rivelato sul Tabor, crediamo, infatti, che l’esperienza dell’amore umano, per quanto povera e fragile possa essere, sia un luogo privilegiato per l’apertura a Dio, fonte e meta di ogni amore. 

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5. BELLEZZA E LITURGIA

Sul Tabor ai discepoli, all’interno di un’esperienza relazionale profondamente intima, è stato dato di posare lo sguardo sul Divino, grazie alla percezione unica e inedita del corpo trasfigurato di Gesù. É stata questa visione che li ha condotti a esclamare: è bello per noi essere qui (Mt 17,4). La bellezza che i loro occhi hanno potuto contemplare proveniva dall’intimo, era l’esteriorizzazione dell’interiorità del Signore; sul Monte Egli ha lasciato trasparire il Suo essere, ha reso visibile il Suo amore, lo Spirito - che è bellezza - presente in Lui.

Di fronte al Cristo trasfigurato l’atteggiamento dei tre apostoli non è stato senza importanza: tale svelamento non avrebbe potuto raggiungerli se i loro occhi non si fossero aperti.

La bellezza della Trasfigurazione si accoglie con cuore  puro e sguardo limpido: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5,8).

Meditando su come l’autentica bellezza sia essenzialmente la trasparenza di un amore che abita dentro – di cui sono figura la sposa, l’innamorata, la donna incinta - abbiamo guardato sempre più a Maria come alla tota pulchra, la piena di grazia, la dimora dello Spirito.

Nell’affascinante intreccio di sguardo e di mistero che si svela, abbiamo  inteso la bellezza come una dimensione del divino presente nelle realtà umane. Cogliere la bellezza nell’umano è aprire, infatti, uno squarcio sul Divino. Abbiamo così fatto progressivamente sempre più nostra la vocazione a vedere, disseppellire e condividere con i fratelli la bellezza nascosta nei volti e nelle cose.

Questo ci conduce a cercare con i fratelli ogni traccia luminosa presente nelle nostre esistenze, nella società e nella storia; pur nella consapevolezza delle molte ferite e delle distanze dal disegno di Dio, crediamo che ancor più profondi e veri sono i Suoi benefici e le anticipazioni dell’eterno nel tempo.

Coltiviamo così un approccio contemplativo  alla realtà impegnandoci a nutrire l’interiorità nostra e di chi ci è affidato con la bellezza che abita la nostra terra e in cui riconosciamo la Sua Gloria: dai prodigi della creazione alle espressioni artistiche, dalla luce della Parola alla promessa di amore eterno, che  si svela ogni volta in cui ci si apre all’altro.

Tale svelarsi del Divino trova il suo culmine nel mistero della Liturgia, dove le realtà umane trasfigurate ci permettono di assaporare qualcosa della bellezza eterna.

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6. UNIONE TRA UMANO E DIVINO

Il corpo di Gesù impregnato di cielo manifesta e invera l’unione tra l’umano e il divino, aprendo l’orizzonte del tempo presente sull’eternità.

La contemplazione del mistero della Trasfigurazione ci sostiene costantemente nella tensione ad avvolgere nell’amore le cose, i gesti, le relazioni, in sinergia con l’azione dello Spirito, Colui che trasfigurando la realtà la rende eterna. 

La Trasfigurazione si carica così per noi di una forte valenza escatologica: nel contemplare che cosa saremo, a che cosa siamo chiamate, orientiamo sempre più profondamente la nostra vita all’eternità, nell’attesa colma di speranza del tempo in cui Cristo sarà tutto in tutti (cfr. Col 3,11).

La fedeltà a questa aspirazione renderà la nostra esistenza trasparente richiamo alla bellezza della vita eterna.

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